E A MESSINA I CONSIGLIERI SI SON RUBATI UN MILIONE

«Io voglio questa cazz’ d’indennità. A me di fare la commissione non me ne fotte niente. Io voglio l’indennità». Quando si dice parlare chiaro. I consiglieri comunali di Messina non avevano dubbi: alle riunioni in municipio ci si va per un unico motivo.
Affrontare i problemi della città? Provare a risolverli? Rappresentare i bisogni dei cittadini? Preparare documenti importanti?
Approvare misure efficaci? Ma non scherziamo. Alle riunioni in municipio ci si va per «avere l’indennità».

Anzi, questa «cazz’ d’indennità». E se poi i rubinetti dei concittadini rimangono a secco per settimane e l’acqua dev’essere distribuita dalle autobotti come nel Terzo Mondo, chi se ne importa? «Io voglio il coso». Cioè? «Devo raggiungere 40 presenze». Cioè? Per essere chiari? «Io voglio questa cazz’ d’indennità».
Su 40 consiglieri comunali della città siciliana, 23 sono finiti sotto inchiesta per truffa, abuso d’ufficio e falso ideologico. Per 12 di loro la Procura ha addirittura ordinato una specie di Daspo, con firma obbligatoria nell’ufficio della Polizia municipale, all’inizio e alla fine di ogni riunione di commissione. Secondo l’accusa, infatti, almeno 39 riunioni al mese, cioè 468 l’anno, sarebbero state false. Completamente inutili. Convocate con l’unico obiettivo di mettersi in tasca il gettone. E siccome il gettone era stato dimezzato (da 100 a 54 euro), i consiglieri avevano avuto l’idea geniale: moltiplicare le sedute. «Così si sistemano matematicamente le cose», dicevano. Matematicamente, si capisce. Tanto è noto: «Nelle commissioni non fai un cazzo».
E siccome nelle commissioni non fai un cazzo, non conta quello che metti all’ordine del giorno, non conta ciò che proponi o che discuti, non conta il documento da esaminare e o il provvedimento da suggerire, macché: conta solo fare atto di presenza. «Io voglio il coso, devo raggiungere 40 presenze», si confidavano l’un l’altro sotto gli occhi delle telecamere nascoste. E spiegavano: «Il gettone diventa un modo per avere l’indennità». Una specie di previdenza sociale, insomma. Il reddito minimo garantito del politico locale.
D’altra parte vorrete mica negare un reddito garantito ai consiglieri comunali di Messina? Con tutto quello che hanno fatto per il bene della città? Con i rubinetti della città secchi da settimane e la monnezza appena finita sotto inchiesta per un giro di tangenti? Il gettone è un obbligo. «Che ci vuoi fare? Me lo vuoi riconoscere o no?», si domandavano, dando per implicita la risposta. E infatti il gettone se la sono riconosciuti. Sempre. Con generosità. Anche quando in riunione ci stavano giusto il tempo di dire presente. Anche quando non si mettevano nemmeno seduti. Anche quando non si toglievano nemmeno il casco dalla testa per scappare via in motorino. Per le statistiche, si prega di annotare il nome del recordman: Paolo David, capogruppo del Pd. È stato in riunione il tempo di un amen: venti secondi netti. Si può intascare un gettone di presenza per aver partecipato a una riunione di 20 secondi? Con che faccia? E come fa Renzi a sopportare che David sia ancora del Pd?
Le domande sono nuove, ma il problema è antico. Purtroppo, infatti, non è la prima volta che la Sicilia affoga nello squallore di Gettonopoli. In principio scoprimmo il caso di Agrigento: 1133 riunioni in un solo anno, cioè 3 al giorno compresi Ferragosto, Natale e Capodanno. Roba da premio Stakanov del municipio. Poi emersero gli altri casi: Siracusa, Gela, Enna, Misterbianco. A Palermo saltò fuori addirittura una circoscrizione che si riuniva in pieno agosto per dibattere su: «Salviette e asciugamani nell’apposito contenitore».
Tema fondamentale, è chiaro. Soltanto con un dubbio: possibile che nessuno si preoccupi di trovare posto alla carta igienica?
Così in molti cominciarono a farsi domande. Come mai Agrigento con 1133 riunioni di commissione all’anno è in fondo alle classifiche delle città italiane più vivibili e al contrario Trento (dove le riunioni sono 109, meno di un decimo) è invece in cima? Perché i consiglieri comunali di Siracusa, per poter lavorare, ritengono inevitabile spendere 720mila euro in gettoni di presenza e invece a Piacenza ne bastano 80mila?
A che serve tutta questa differenza? A Messina, però, sono riusciti a far di meglio di tutti: l’insieme delle riunioni di commissione, infatti, è costato quasi un milione di euro. Magari quelli che hanno incassato questa somma, sono gli stessi che vanno in giro a dire che i cittadini si allontanano dalle istituzioni per colpa dell’antipolitica. Davvero?
Colpa dell’antipolitica? O di chi ha trasformato anche il municipio in un bancomat per il suo borsellino? Pensateci: un milione di euro non sono pochi. Forse ci si poteva addirittura far funzionare l’acquedotto. Magari comprare un by pass nuovo.
O, almeno, evitare in parte il disastro. Oppure (vi sembra impossibile?) quei soldi si potevano usare per la città, per aiutare gli abitanti, per sistemare le strade, per soccorrere le famiglie povere o gli anziani in difficoltà. Invece no: sono stati usati soltanto per riempire le tasche ai consiglieri, che così sono riusciti a incassare fino a 2200 euro al mese (il tetto massimo) in cambio di venti secondi o poco più di presenza in una riunione lampo. Perché intanto, si sa, «nelle commissioni non fai un cazzo».
Nelle commissioni si perde tempo. Servono solo a intascare ricche indennità, mentre il proprio Comune va alla malora.

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Una risposta a “E A MESSINA I CONSIGLIERI SI SON RUBATI UN MILIONE

  1. Messina è una goccia di questo mare sporco chiamato mangia soldi!,si mette in galera chì ruba pane per cibarsi ma non si toccano quelli che offendono con le loro ruberie chì lavora di notte per fare quel pane!…………………….ma basta!.

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