OGGI ESCE SPUDORATI/ECCO IN REGALO PER VOI IL PRIMO CAPITOLO

Caro lettore,

lo so. Se sei in libreria e stai sfogliando questo libro ti stai chiedendo: perché devo comprarne un altro che mi fa incazzare? E se invece sei arrivato a casa e lo stai sfogliando seduto in poltrona ti stai chiedendo: perché ne ho comprato un altro che mi farà incazzare? Sono due domande molto simili, caro lettore, e pure molto sensate.  Non so se sia possibile trovare risposte altrettanto sensate. Ma se mi dai un attimo della tua attenzione  ci proverò.

Da dove cominciare? Ah sì: per darti una risposta, comincio anch’io da una domanda. E la domanda è questa: lo sai, amico mio, cosa dicono di libri come quello che hai in mano adesso?  Dicono che alimentano l’antipolitica. Secondo loro è un male. Ma ti pare?  Io sono convinto del contrario: considerando quello che ha combinato in questi anni la politica, beh, allora viva l’antipolitica. In effetti: se i cittadini sono inferociti contro il Palazzo, di chi sarà la colpa? Di chi da anni pensa solo a difendere i suoi privilegi o di chi, quei privilegi, ha cominciato a denunciarli?  E’ pericoloso, come dice qualcuno, alimentare le campagne contro le caste e le sanguisughe? O è più pericoloso lasciare caste e sanguisughe libere di scatenarsi senza nessun controllo? E libere così di divorarci il futuro?

Sinceramente, non capisco l’indignazione contro gli indignati. Se non ci fosse un po’ di indignazione quelli del Palazzo continuerebbero a fare i comodi loro, come hanno fatto per decenni. Dicono: siete populisti, fate demagogia. Ma dove? Ma quando? Ho cominciato a scrivere il primo libro contro i mali della politica nel 1997: s’intitolava “Silenzio, si ruba” (vedo che adesso anche Marco Travaglio usa lo stesso titolo: e va beh, risparmio la rivendicazione del diritto d’autore…). In quindici anni di non ho fatto altro che raccontare fatti circostanziati, precisi, documentati. Raccontare fatti è demagogia? Raccontare fatti è populismo? E su che cosa dovremmo scrivere allora i libri per non essere populisti? Sulle farfalle dell’Amazzonia? Sull’accoppiamento dei criceti negli zoo dell’Ontario?

Da qualche tempo i parlamentari, per salvare i loro privilegi, hanno adottato la tecnica della lagna preventiva. “Oh come siamo poveri”, “Oh come siamo maltrattati”, “Oh come faremo a raggiungere la fine del mese” . Dicono che 16mila euro al mese per governare il Paese non sono nemmeno troppi. E per assurdo potremmo anche prender per buone queste osservazioni  se il Paese, però, lo governassero sul serio.  Vi pare? L’Italia è ferma da anni, per costruire una strada ci vogliono decenni, le riforme sono più rare dei pinguini all’Equatore, l’unica cosa che cresce è il debito pubblico. Eppure coloro che hanno prodotto tutto ciò pretendono di  essere trattati da principi. E rispettati.

La verità è che l’Italia è piena di Schettino sulla tolda di comando. Il Paese, come la nave Concordia, pullula di eroi sconosciuti e quotidiani, gente disposta a sacrificare la propria vita per salvare il prossimo, esempi gloriosi di altruismo e di generosità. Epperò sulla plancia di comando ci stanno i capitani poco coraggiosi, i vigliacchi che scappano dalla nave che affonda portandosi dietro la divisa in ordine e il pc, i codardi della crociera, bravissimi a danzare fra cene, drink e moldave, ma che poi non sanno tenere la rotta e piagnucolano come bimbi quando vengono messi di fronte alle loro responsabilità.

Noi non siamo contro la politica. Noi siamo contro la politica degli Schettino. Contro la politica degli inetti e dei piagnucolosi. I parlamentari, anziché difendere in ogni modo i loro privilegi, dovrebbero cominciare a chiedersi come hanno fatto a ridurre il Paese così. E dovrebbero vergognarsi, anziché protestare. Qualcuno di loro dice: “Sono pagato poco, se lavorassi in un’impresa guadagnerei di più”. Potrebbe anche essere: se  quel qualcuno lavorasse in un’impresa forse guadagnerebbe di più, ma sarebbe già stato cacciato a calci nel sedere da un pezzo. Ditemi voi quale manager d’azienda resisterebbe al suo posto presentendo anno dopo anno risultati fallimentari come quelli del nostro Palazzo…

Ogni tanto qualcuno mi chiede: ma cambierà mai qualcosa? E io rispondo sempre: non lo so. E’ vero: non lo so. Non so se qualcosa può cambiare, non ho ricette miracolose per risolvere i problemi. Noto solo, con un po’ di soddisfazione, che in questi mesi qualche passo nella giusta direzione lo si è fatto, qualche stortura è stata abolita, qualche clamoroso privilegio è stato abbattuto. Per anni, nel silenzio generale, i vizi della casta si sono accumulati e sedimentati senza che nessuno nemmeno lo sapesse. Ora, grazie all’indignazione di tanti lettori, grazie a libri che fanno incazzare, grazie all’eco nelle piazze e su Internet, il tema del taglio ai costi della politica è tornato in primo piano. Era stato quasi dimenticato, è stato imposto di nuovo al centro del dibattito. Qualche piccola correzione è stata fatta. Si è tentato di invertire la rotta. E’ già qualcosa, no?

Sì, è già qualcosa. Però è ancora troppo poco. Davvero troppo poco. Perché proprio in questi mesi, mentre  da una parte si promettevano grandi cambiamenti, dall’altra si continuavano le solite sozzerie. Anzi, peggio. La tempistica è stata odiosa: mentre il Paese chiedeva a gran voce di cancellare i privilegi della casta, quei privilegi aumentavano, mentre il Paese supplicava di ridurre gli sprechi, quegli sprechi raddoppiavano, mentre il Paese urlava di ridurre le spese di Palazzo, le spese di Palazzo si moltiplicavano. Mai visto nulla di più spudorato.

Anche il tecnico Monti non è stato da meno dei politici professionisti, sul fronte della spudoratezza. Quando si è insediato a Palazzo Chigi, nel novembre 2011, ha subito annunciato di voler tagliare i costi della politica. Proclami, dichiarazioni, eccitazioni. Ma qualche settimana dopo, quando il premier ha varato la sua prima e pesante manovra economica, ebbene, ci ha messo dentro sacrifici per tutti: Ici, Iva, tasse, sforbiciate alle pensioni…  Gli unici cui non sono stati chiesti sacrifici sono stati propri i mandarini di Palazzo. Loro ce l’hanno fatta a passare indenni fra mille previste e tagli che sembravano (sembravano!) certi. Le Province? Salve. Gli stipendi dei parlamentari? Argomento rinviato. Enti inutili? Da non toccare. Risultato: secondo i conti del “Sole 24 Ore” su una manovra di quasi 30 miliardi di euro, i tagli ai costi della politica, alla fine della fiera, ammontavano ad appena 21,9 milioni. Meno dello 0,1 per cento…

Di fronte a questa beffa spudorata come si fa a lasciare perdere? Come si fa a girare la testa da un’altra parte? E di che cosa dovremmo parlare, di grazia? Di che cosa dovremmo occuparci? L’altra estate, mentre giravo le piazze d’Italia, da Nord  a Sud, da Asiago a Marsala, da Genova a Pordenone, da Erice a Brunico, da Canelli a Positano, da Martinsicuro a San Donà di Piave, in ogni angolo incontravo gente perbene e esasperata che mi diceva: “Non mollare”. Ecco: questo libro l’ho scritto pensando a loro. Questo libro l’ho scritto per dire a tutti che non bisogna mollare.

Lo so: quello che leggerete nelle prossime pagine vi farà venire il mal di fegato, vi andranno le sillabe di traverso, i capoversi vi s’incaglieranno sullo stomaco e vi disturberanno la digestione. Ma, vi prego, non smettete di leggere. Girate pagina, arrivate fino in fondo. E continuate a indignarvi, perché indignarsi  non è solo un nostro diritto. E’ un nostro dovere. Per noi, per  la nostra storia, per il nostro futuro. Per i nostri figli. E se la montagna di privilegi con cui gli spudorati ci schiacciano vi sembra un nemico terribile, beh pensate che ce n’è uno ancora peggiore: è la nostra rassegnazione.  La rassegnazione è un lusso che non possiamo più permetterci. La rassegnazione è un vizio che ci uccide. E un sana incazzatura è quello che ci vuole per tenerla lontana. Per tenerci vivi.