SPESE DELLA CASTA. IL SENATO ASSUME 5 ANESTESISTI. COME SE I SENATORI AVESSERO BISOGNO DI ESSERE ADDORMENTATI

Ma secondo voi i senatori hanno bisogno di una sveglia o dell’anestesia? Se sottoponessimo il quesito agli italiani, non è difficile immaginare la risposta. La pensa diversamente l’ufficio di presidenza del Senato che con apposita delibera natalizia ha deciso di rafforzare il presidio di cardiologi e infermieri presso l’Ambulatorio di Palazzo Madama e perciò, come ha rivelato “Il Fatto”, ha aperto le selezioni per 5 specialisti in cardiologia e 5 specialisti in rianimazione. Passi per la cardiologia, si sa che mangiare molto aumenta il rischio d’infarto, ma come si spiegano gli anestesisti? Chi bisogna addormentare? E perché? Ma soprattutto: ha ancora sens un ambulatorio speciale per i senatori, aperto 24 ore su 24, completamente gratuito e a uso esclusivo degli inquilini del Palazzo?

I TAGLI ALLA CASTA SLITTANO, LE SPESE DEL PALAZZO NO

Il taglio ai costi della politica? Possono aspettare. L’approvazione del decreto slitta ancora (nuovo appuntamento martedì) e si avvicina al punto di non ritorno: se entro il 9 dicembre infatti non ci sarà la conversione in legge anche questo brodino liofilizzato (contiene solo alcune norme anti-Batman contro i consigli regionali) si dissolverà in nulla. In compenso Italia Oggi ha rivelato che nel decreto, fra uno slittamento e l’altro, sono comparse voci strane: 300 milioni di stanziamento per Napoli, 50 per la regione Campania, altri 20 milioni per Reggio Calabria. Alla faccia dei tagli. Qui l’unica cosa che si taglia davvero sono le tredicesime degli italiani.

NUOVO RECORD DELLA CASTA: 50MILA EURO PER 6 ORE DI LAVORO

Il consigliere Spada (Idv) ha appena realizzato il nuovo record nel campionato della casta: prenderà 50mila euro di stipendio per 6 ore in Consiglio Regionale. Infatti è subentrato al consigliere dimissionario Gabriele Sola nella seduta di venerdì, quando il Consiglio è stato sciolto. Continuerà a prendere lo stipendio (senza lavorare) fino alle elezioni. 50 mila euro per 6 ore di lavoro, non male no? “Sì, ma sono state 6 ore intense”, dice lui.

IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI? SALTA PURE QUELLO

Se avevate qualche speranza, deponetela. Il taglio dei parlamentari non si farà. Già era un taglio piuttosto risibile (183 su 945, alla faccia del “dimezzamento”…). Ma anche questo piccolo gesto di buon senso (già annunciato e strombazzato dai parlamentari come dimostrazione della disponibilità della casta a fare sacrifici) è destinato a insabbiarsi. E a sparire nel nulla. Il testo si è infatti arenato al Senato e sembra che nelle intense trattative dei partiti sia vicina l’intesa per dimenticarsene del tutto. Tanto è vero che, come riporta “La Stampa”, nelle simulazioni sugli effetti di nuove leggi elettorali continua a far bella mostra il numero di 630 deputati. Cioè quello di oggi. L’intenzione dunque è quella di non cambiare nulla. E tutte le parole spese sulla riduzione? La solita presa per i fondelli.

E INTANTO LE SANGUISUGHE DI BRUXELLES CI COSTANO SEMPRE DI PIU'

L’Europa è in crisi, l’Unione europea non ci serve un granché. In compenso la casta, anzi le sanguisughe di Bruxelles, ci costano sempre di più. La spesa per pagare gli eurodeputati, infatti, è passata negli ultimi sette anni da 107 milioni a 190 milioni. Il 77 per cento in più. Non male, no? Gli stipendi dei cittadini europei diminuiscono, gli stipendi dei parlamentari europei aumentano. Senza contare che, nonostante la crisi finanziaria, continuano a perpetrarsi assurdità europee, come quella del secondo parlamento di Strasburgo (180 milioni di costo l’anno buttati al vento per tenere un palazzo chiuso buona parte dell’anno).

SCUSATE L'ASSENZA. STAVO LAVORANDO PER NOI

Scusate l’assenza. Era da un po’ di tempo che non aggiornavo il blog. Ho visto che ci sono anche un’enormità di commenti in sospeso. Vi chiedo scusa. E per farmi perdonare vi do un’anteprima. Se mi sono un po’ distratto dal blog, infatti, è per il fatto che stavo raccogliendo materiale per una nuova denuncia. Dopo Sanguisughe, arriva “Spudorati”. Sarà in libreria martedì 13 marzo. Ma io voglio anticiparvi la premessa dove spiego le ragioni per cui la nostra battaglia (che voi avete sempre sostenuto e continuato) deve continuare. Io non mollo. E voi?

Caro lettore, lo so. Se sei in libreria e stai sfogliando questo libro, ti stai chiedendo: perché devo comprarne un altro che mi fa incazzare? E se invece sei arrivato a casa e lo stai sfogliando seduto in poltrona, ti stai chiedendo: perché ne ho comprato un altro che mi farà incazzare? Sono due domande molto simili, caro lettore, e pure molto sensate. Non so se sia possibile trovare risposte altrettanto sensate. Ma se mi dai un attimo della tua attenzione ci proverò.

Da dove cominciare? Ah sì: per darti una risposta, comincio anch’io da una domanda. E la domanda è questa: lo sai, amico mio, cosa dicono di libri come quello che hai in mano adesso? Dicono che alimentano l’antipolitica. Secondo loro è un male. Ma ti pare? Io sono convinto del contrario: considerando quello che ha combinato in questi anni la politica, be’, allora viva l’antipolitica. In effetti: se i cittadini sono inferociti contro il Palazzo, di chi sarà la colpa?

Di chi da anni pensa solo a difendere i suoi privilegi o di chi quei privilegi ha cominciato a denunciarli? È pericoloso, come dice qualcuno, alimentare le campagne contro le caste e le sanguisughe? O è più pericoloso lasciare caste e sanguisughe libere di scatenarsi senza nessun controllo? E libere così di divorarci il futuro?

Sinceramente, non capisco l’indignazione contro gli indignati. Se non ci fosse un po’ di indignazione, quelli del Palazzo continuerebbero a fare i comodi loro, come hanno fatto per decenni. Dicono: siete populisti, fate demagogia.

Ma dove? Ma quando? Ho cominciato a scrivere il primo libro contro i mali della politica nel 1997: s’intitolava Silenzio, si ruba (vedo che adesso anche Marco Travaglio usa lo stesso titolo: e va be’, risparmio la rivendicazione del diritto d’autore…). In quindici anni non ho fatto altro che raccontare fatti circostanziati, precisi, documentati. Raccontare fatti è demagogia? Raccontare fatti è populismo? E su che cosa dovremmo scrivere allora i libri per non essere populisti? Sulle farfalle dell’Amazzonia? Sull’accoppiamento dei criceti negli zoo dell’Ontario?

Da qualche tempo i parlamentari, per salvare i loro privilegi, hanno adottato la tecnica della lagna preventiva. «Oh, come siamo poveri», «Oh, come siamo maltrattati», «Oh, come faremo a raggiungere la fine del mese?». Dicono che 16.000 euro al mese per governare il Paese non sono nemmeno troppi. Per assurdo, noi potremmo anche prender per buone queste osservazioni se il Paese, però, lo governassero sul serio. Vi pare? L’Italia è ferma da anni, per costruire una strada ci vogliono decenni, le riforme sono più rare dei pinguini all’Equatore, l’unica cosa che cresce è il debito pubblico; eppure coloro che hanno prodotto tutto ciò pretendono di essere trattati da principi. E rispettati.

La verità è che la tolda dell’Italia è piena di comandanti Schettino. Il Paese, come la nave Concordia, pullula di eroi sconosciuti e quotidiani, gente disposta a sacrificare la propria vita per salvare il prossimo, esempi gloriosi di altruismo e di generosità. Epperò sulla plancia di comando ci stanno i capitani poco coraggiosi, i vigliacchi che scappano dalla nave che affonda portandosi dietro la divisa in ordine e il pc, i codardi della crociera, bravissimi a danzare fra cene, drink e moldave, ma che poi non sanno tenere la rotta e piagnucolano come bimbi quando vengono messi di fronte alle proprie responsabilità.

Noi non siamo contro la politica. Noi siamo contro la politica degli Schettino. Contro la politica degli inetti e dei piagnucolosi. I parlamentari, anziché difendere in ogni modo i loro privilegi, dovrebbero cominciare a chiedersi come hanno fatto a ridurre il Paese così. E dovrebbero vergognarsi, anziché protestare. Qualcuno di loro dice:

«Sono pagato poco, se lavorassi in un’impresa guadagnerei di più». Potrebbe anche essere: se quel qualcuno lavorasse in un’impresa forse guadagnerebbe di più, ma sarebbe già stato cacciato a calci nel sedere da un pezzo. Ditemi voi quale manager d’azienda resisterebbe al suo posto presentando anno dopo anno risultati fallimentari come quelli del nostro Palazzo…

Ogni tanto qualcuno mi chiede: ma cambierà mai qualcosa?

E io rispondo sempre: non lo so. È vero: non lo so.

Non so se qualcosa può cambiare, non ho ricette miracolose per risolvere i problemi. Noto solo, con un po’ di soddisfazione, che in questi mesi qualche passo nella giusta direzione si è fatto, qualche stortura è stata abolita, qualche clamoroso privilegio è stato abbattuto. Per anni, nel silenzio generale, i vizi della casta si sono accumulati e sedimentati senza che nessuno nemmeno lo sapesse. Ora, grazie all’indignazione di tanti lettori, grazie a libri che fanno incazzare, grazie all’eco nelle piazze e su Internet, il tema del taglio ai costi della politica è tornato in primo piano. Dopo essere stato quasi dimenticato, è stato imposto di nuovo al centro del dibattito. Qualche piccola correzione è stata fatta. Si è tentato di invertire la rotta. È già qualcosa, no?

Sì, è già qualcosa. Però è ancora troppo poco, davvero troppo poco. Perché proprio in questi mesi, mentre da una parte si promettevano grandi cambiamenti, dall’altra si continuavano le solite sozzerie. Anzi, peggio. La tempistica è stata odiosa: mentre il Paese chiedeva a gran voce di cancellare i privilegi della casta, quei privilegi aumentavano, mentre il Paese supplicava di ridurre gli sprechi, quegli sprechi raddoppiavano, mentre il Paese urlava di ridurre le spese di Palazzo, le spese di Palazzo si moltiplicavano.

Mai visto nulla di più spudorato.

Anche il tecnico Mario Monti non è stato da meno dei politici professionisti, sul fronte della spudoratezza. Quando si è insediato a Palazzo Chigi, nel novembre 2011, ha subito annunciato di voler tagliare i costi della politica. Proclami, dichiarazioni, eccitazioni. Ma qualche settimana dopo, quando il premier ha varato la sua prima e pesante manovra economica, ebbene, ci ha messo dentro sacrifici per tutti: Ici, Iva, tasse, sforbiciate alle pensioni… Gli unici cui nessuno ha chiesto sacrifici sono stati propri i mandarini di Palazzo. Loro ce l’hanno fatta a passare indenni fra mille mannaie previste e tagli che sembravano (sembravano!) certi. Le Province? Salve. Gli stipendi dei parlamentari? Argomento rinviato. Enti inutili? Da non toccare.

Risultato: secondo i conti del «Sole-24 Ore», su una manovra di quasi 30 miliardi di euro, i tagli ai costi della politica, alla fine della fiera, ammontavano ad appena 21,9 milioni.

Meno dello 0,1 per cento…

Di fronte a questa beffa spudorata come si fa a lasciare perdere? Come si fa a girare la testa da un’altra parte? Edi che cosa dovremmo parlare, di grazia? Di che cosa dovremmo occuparci? L’estate scorsa, mentre giravo le piazze d’Italia, da nord a sud, da Asiago a Marsala, da Genova a Pordenone, da Erice a Brunico, da Canelli a Positano, da Martinsicuro a San Donà di Piave, in ogni angolo incontravo gente perbene ed esasperata che mi diceva: «Non mollare». Ecco: questo libro l’ho scritto pensando a loro. Questo libro l’ho scritto per dire a tutti che non bisogna mollare.

Lo so: quello che leggerete nelle prossime pagine vi farà venire il mal di fegato, vi andranno le sillabe di traverso, i capoversi vi s’incaglieranno sullo stomaco e vi disturberanno la digestione. Ma, vi prego, non smettete di leggere.

Girate pagina, arrivate fino in fondo. E continuate a indignarvi, perché indignarsi non è solo un nostro diritto. È un nostro dovere. Per noi, per la nostra storia, per il nostro futuro. Per i nostri figli. E se la montagna di privilegi con cui gli spudorati ci schiacciano vi sembra un nemico terribile, be’, pensate che ce n’è uno ancora peggiore: è la nostra rassegnazione. La rassegnazione è un lusso che non possiamo più permetterci. La rassegnazione è un vizio che ci uccide. E una sana incazzatura è quello che ci vuole per tenerla lontana. L’unico modo per tenerci vivi.

CHE SCANDALO: con la manovra pagano tutti. Tranne la casta

Toh, ma guarda che sorpresa:  versione dopo versione la manovra è cresciuta sempre di più, si è arricchita di nuove tasse, andrà a toccare un po’ tutto e tutti, dalle pensioni delle donne e ai bilanci dei sindaci.  E invece chi sono gli unici che si sono salvati? Ma guarda un po’: proprio lorsignori della casta. Chi l’avrebbe detto, eh?

In pratica:

  1. l’abolizione delle 50 mila poltrone di cui si parlava l’11 di agosto sembra svanita nel nulla;
  2. il dimezzamento del numero dei parlamentari sembra anch’esso svanito nel nulla;
  3. l’abolizione delle Province è restata ma rimandata a un disegno di legge costituzionale (cioè perdete ogni speranza o voi che tagliate…);
  4. con una mossa da furbetti dell’ultima ora i parlamentari col doppio stipendio si sono autoridotti anche il taglio all’indennità (doveva essere il 50 per cento del totale, sarà invece solo del 20 per cento per la quota sopra i 90mila euro e del 40 per cento  per la quota sopra i 150mila euro);
  5. sempre con la mossa dei furbetti dell’ultima ora i parlamentari si sono annacquati (e di fatto annullati) anche la norma che prevedeva l’incompatibilità con altre cariche: così potranno continuare a occupare doppia poltrona (per esempio: da assessore e da parlamentare) con relativa doppia indennità.

 Inoltre, pur avendo deciso alla fine di andare a toccare le pensioni degli italiani,  sono state ancora una volta salvare le pensioni dei parlamentari e dei consiglieri regionali, vero e grande scandalo del nostro Paese.  E pensare che l’abolizione dei vitalizi di deputati e senatori non solo sarebbe stata immediatamente esecutiva (senza bisogno di disegno di legge costituzionale), ma da sola avrebbe reso 200 milioni di euro, cioè più dell’intero gettito del contributo di solidarietà (alla faccia di chi dice che i tagli alla politica non servono per risanare i bilanci…)

 A questo punto mi domando se nei palazzi romani hanno capito fino a che punto  è arrivata l’indignazione e l’insofferenza del Paese.  Temo di no. E temo che questo sia assai rischioso. Non è tollerabile che i parlamentari con una mano votino per imporre agli italiani nuovi sacrifici, con l’altra lavorino per difendere i loro privilegi. Gli italiani non sono più disposti ad accettarlo. Cosa bisogna fare per farglielo capire?

Qualcuno mi spiega perché non hanno toccato i vitalizi dei parlamentari?

Ma perché non hanno messo mano ai vitalizi dei parlamentari? Perché nemmeno la manovra lacrime e sangue (che tanti sacrifici chiederà a tutti gli italiani), ebbene, perché nemmeno questa manovra ha osato abbattere il vero scandalo di questa Repubblica, la pensione d’oro di onorevoli e deputati? Perché dobbiamo continuare a pagare 8836 euro al mese ad allegri neo-cinquantenni come l’ex ministro Pecoraro Scanio o 4800 euro al mese a Dario Galli della Lega (che per altro assomma anche lo stipendio da presidente della Provincia e per non farsi mancare niente è entrato anche nel consiglio d’amministrazione di Finmeccanica)? Perché anche in futuro dovremo subire prese per i fondelli come quelle di Willer Bordon, quello che andava in giro dicendo “voglio uscire dalla casta” e per uscire s’è preso un vitalizio di 9604 euro al mese a 59 anni (un bel modo per uscire dalla casta,, no?)? Perché mentre a tutti si chiedono sacrifici i parlamentari conservano il diritto feudale ad avere un vitalizio dopo appena 5 anni di “lavoro” (si fa sempre per dire)?

Il fatto che questo santuario non sia stato toccato, mi convince sempre di più che sia un vero tabù. La vera roccaforte di resistenza della casta. E per questo mi invoglia ancora di più a continuare la battaglia. AVANTI TUTTA, CONTRO LE SANGUISUGHE.

Rinunciare ai vitalizi? Non è che non possono: non vogliono. Ecco la dimostrazione che Eugenio Scalfari ci prende in giro

“Rinunciare al vitalizio? Non possiamo. La legge non ce lo consente”. E’ una delle scuse più sfruttate dalla casta. La usò Veltroni quando si vide assegnare la pensione da parlamentare alla giovine età di 50 anni (era allora sindaco di Roma); e l’ha usata nei giorni scorsi Eugenio Scalfari in uno suo editoriale. Abbiamo sempre avuto il sospetto che si trattasse di una motivazione capziosa perché: a) non abbiamo mai visto nessuno faticare per restituire dei soldi, semmai il problema è riceverli; b) se proprio l’ostacolo è insormontabile basta fare una legge di due righe per rimuoverlo.

La dimostrazione che quella del “non possiamo rinunciare” è una scusa bella e buona per prendere in giro gli italiani ci arriva dal Veneto dove  nel dicembre 2010 è stata approvata una legge che consentiva, per l’appunto, ai consiglieri regionali di rinunciare a una quota a loro scelta degli emolumenti. Ebbene sapete quanti lo hanno fatto? Uno solo. Uno su 60. Gli altri 59, niente. Non hanno rinunciato nemmeno a un euro, nemmeno a un centesimo. Tanto che l’altro giorno anche l’ultimo moicano si è stancato: “E che sono il più fesso?”, deve aver pensato. E così ha chiesto di poter riavere per intero i suoi soldi. Dimostrando così una volta per tutte che non è vero che “la legge non lo consente”. E’ che proprio non vogliono.