ASSUEFATTI AL TERRORE. SOTTO LA RETORICA NON C’E’ (QUASI) NULLA

Nulla sarà mai come prima? Davvero? L’attentato che ci colpisce al cuore, l’Europa sotto choc, Je suis Paris, stringiamoci a corte siamo pronti alla morte, l’Occidente che reagisce, l’Occidente che risponde, l’Isis non vincerà: ma sarà vero? O almeno: sarà sentito? Scusate se mi permetto, ma io ho l’impressione che siano ormai formule un tanto al chilo, il nuovo gergo della paura, frasi fatte da dopo-massacro. Sotto la retorica, nulla. O quasi. Perché, in realtà, diciamocelo francamente: la strage in Francia ci ha toccato soltanto un po’. Così, di striscio, con il minimo sindacale dell’indignazione, quello che serve per accendere un lumino, fare un minuto di silenzio, colorare qualcosa di rossobiancoblù e mettere una tour Eiffel stilizzata sullo schermo. Ma in fondo già lo sappiamo che tra due giorni l’onda (anzi: ondina) emotiva sarà passata. E al di là delle formule retoriche di successo, tutto tornerà esattamente come prima.

Questa tragedia non ci sta cambiando. Forse non ci sta nemmeno toccando troppo. E può darsi che non sia nemmeno un male. Anzi, forse è davvero questa la nostra forza: se il terrorismo vuole davvero colpire i simboli della vita occidentale (la sala da ballo, lo stadio, il ristorante) per costringerci a cambiarli, il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Come ha detto un mio amico sabato sera, a meno di 24 ore dal massacro parigino, mentre le tv traboccavano di video impressionanti e conte di morti: «Non posso guardare, devo andare a mangiare i tagliolini col tartufo come previsto. Se cambio programma e non mangio più i tagliolini, vuole dire che hanno vinto loro». Un po’ scherzava. Ma lo ha fatto davvero. E come lui tanti altri, giustamente: perché rinunciare alla cena al ristorante?
O al primo shopping di Natale? O alla serata di divertimento?
No, in questo senso non hanno vinto loro. Hanno rischiato di vincere, per un attimo, dopo l’11 settembre, quando davvero qualcosa cambiò dentro di noi, quando l’illusione di poter vivere in una pace perenne, l’illusione della fine della storia, del trionfo delle democrazie liberali, si schiantò contro le Twin Towers. Allora sì, quegli aerei fecero crollare davvero le nostre certezze, impressero una svolta nelle nostre vite. Ma da allora abbiamo imparato a convivere con il terrorismo, a fare i conti con l’orrore. Sappiamo che ci può capitare, che è lì alla porta, l’abbiamo catalogato come una sventura possibile alla pari di altre. Posso morire in tangenziale perché c’è un ubriaco che guida contromano o al ristorante perché un kamikaze si fa saltare per aria. Amen. Come se fosse la stessa cosa.
«Cosa ci vuoi fare? Si diventa fatalisti», mi dice un’anziana signora, nonna di sei nipotini. Ha appena deposto un lumino per ricordare le vittime francesi e può tornare nella sala parrocchiale dove si mangia la polenta.
«Hai sentito com’è buona?», dice. E di fronte alla polenta la Francia è già una parentesi chiusa, una candelina che va per conto suo, una tristezza da archiviare. La strage di ragazzi colpisce, certo. Ma giusto il tempo di aggiornarsi un attimo, vedere l’ultimo video, farsi strizzare il cuore per un secondo. Poi la vita continua, la nostra vita continua, non è vero che adesso cambia tutto. Non è cambiato con Charlie Hebdo, primo importante attacco al cuore dell’Europa. Non è cambiato con il Bardo, primi italiani massacrati dall’Isis. Non cambierà certo ora. Che cosa ci vuoi fare? Si diventa fatalisti.Posso avere un altro po’ di polenta?
E allora io sono qui, da due mattine, davanti alla mia pila di giornali, a leggere i sacrosanti commenti, gli editoriali, gli appelli, le analisi, a guardare i dibattiti nei talk show, le stesse cose già viste e sentite decine di volte, le stesse formule usate e abusate, le giuste osservazioni mescolate a manate di inevitabile retorica, con un senso di nausea che mi cresce di minuto in minuto, una voglia di gridare forte: ma ci credete? Davvero? Serve a qualcosa?
Tanto sappiamo che fra due giorni sarà tutta carta straccia, fra due giorni ce ne saremo di nuovo dimenticati. Fra due giorni faremo finta di nulla, in fondo anche adesso stiamo già facendo finta di nulla, spegni la tv, chiudi internet, dai andiamo a mangiare i tagliolini con il tartufo o la polenta con i formaggi. Così dimostriamo che abbiamo vinto noi. Sarà. Ma a me resta il dubbio se questa sia davvero la nostra vittoria o se invece sia la nostra sconfitta. Se l’arma di distrazione di massa, cioè, sia quella con cui trionferemo sul terrorismo o quella che ci impedisce di lottare davvero. E che ci porterà dunque, in breve, ad essere loro schiavi. In fondo anche sul Titanic ballarono allegri fino all’ultimo, felici e inconsapevoli. Forse, pure loro, fatalisti.

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4 risposte a “ASSUEFATTI AL TERRORE. SOTTO LA RETORICA NON C’E’ (QUASI) NULLA

  1. Anch’io sono d’accordo con Lei ma a questo fatalismo , che spesso è una forma di esorcismo nei confronti della tragedia (mi ricorda molto il Griso che muore banchettando durante la peste), ci hanno portato coloro che avrebbero dovuto difenderci con i fatti e non solo con i proclami dal terrorismo.

  2. Caro Direttore,
    sono d’accordo con Lei, ma la mia preoccupazione non sono tanto le solite parole dei ns. politici, quanto la poca presa di coscienza di noi comuni mortali. Loro (i mussulmani cattivi) hanno già vinto:glielo abbiamo permesso con il ns. buonismo senza logica, i benpensanti che trovano sempre una scusante anche verso le cose più atroci.Credo che la scrittrice Oriana Fallaci abbia scritto facendo l’analisi più esatta di ciò che stiamo vivendo.Purtroppo abbiamo tutti poca memoria o facciamo finta di non averla.
    La saluto cordialmente

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