I GIUDICI ANNULLANO I FINTI MATRIMONI GAY

Se uno dei 5 giudici è cattolico, la sentenza non vale. Ecco qui, l’ultimo atto della Dittatura Gay che ormai sottomette il mondo: basta che nel collegio giudicante ci sia l’ombra di un credente, cioè uno che si dichiari seguace di questa assurda teoria per cui il matrimonio si celebra tra uomini e donne, e oplà, tutto dev’essere annullato. Nulla è più valido. Ma si capisce:non vorrete mica prendere per buona la decisione di un magistrato che non ha giurato fedeltà, ancor prima che alla legge italiana, alla lobby omosex? Avanti di questo passo, tra un po’ cambieranno anche le formule: vi condanno in nome del popolo lesbo-italiano… E pensare che una volta tanto il Consiglio di Stato ne ha fatta una giusta. Si sa: da queste parti non siamo fanatici di Tar e sovraTar, non amiamo la magistratura amministrativa, il ricorso costante al cavillo, la speciosità di tanti ragionamenti con cui riescono spesso a sostenere anche le tesi più strampalate. Ma, nell’occasione, i 5 alti giudici non hanno fatto altro che seguire la strada del buon senso, spazzando via la pretesa dei Comuni di introdurre le unioni di fatto per via burocratico-amministrativa. Cioè, di fatto, aggirando la legge.

Avete presente la pagliacciata dei matrimoni gay in Campidoglio? O la fuga in avanti del municipio di Napoli che trascrive le nozze di due donne (con figlio) celebrate all’estero e dunque si fregia del titolo di «primo comune con un bimbo che ha ufficialmente due mamme»? E le scimmiottature del rito tradizionale storpiato in forma lesbochic davanti alla fascia tricolore? Pioggia di riso, vestito bianco, lancio di bouquet e «lo sposo ora può baciare lo sposo»? Ignazio Marino che sorride tutto felice tra il papà e il mammo con tanti bambini attorno? Da Bologna a Trieste, da Fano a Vicenza, dall’Abruzzo a Reggio Emilia, da Grosseto a Milano passando per Empoli e Pistoia, negli ultimi tempi è stato tutto un rincorrersi di primi cittadini che infrangevano le norme del Paese, soltanto per guadagnare un po’ di visibilità sul fronte omosex. Che la cosa non potesse reggere era abbastanza evidente.
Il ministro dell’Interno Alfano, bisogna dargliene atto, l’aveva detto fin dall’inizio. Infatti, in Italia, la legge prevede che il matrimonio si possa celebrare fra persone di sesso diverso.
Nulla vieta di cambiare la legge, ovviamente. Ma per farlo, banalmente, occorre passare per il Parlamento: non basta l’ufficio del sindaco, per quanto orange come Pisapia o à la page. Magari le prossime riforme di Renzi spazzeranno via anche quest’ultima antica abitudine, ma per il momento è ancora così: le leggi si fanno nelle aule parlamentari. E le leggi che modificano così profondamente il costume italiano, che incidono sulla famiglia e sulla crescita dei figli, in sostanza sul nostro futuro, necessitano di un dibattito un po’ più ampio di quello che si può sviluppare in un qualsiasi assessorato municipale.
Per questo, come dicevamo, la sentenza del Consiglio di Stato ci è sembrata una volta tanto sacrosanta: ha spazzato via, in un colpo, la folkloristica teoria delle improvvisazioni e delle trascrizioni, rimandando tutto a un dibattito più approfondito. Ma ecco che, su questa rara prova di buon senso dei giudici amministrativi, si innesta la variante a sorpresa: salta fuori infatti, che uno dei 5 giudici che compone il collegio, tal Carlo Deodato, osa definirsi sul suo profilo Twitter come «giurista, cattolico, sposato e padre di due figli, uomo libero e osservatore indipendente». Immediatamente si scatena il finimondo: «Avrebbe dovuto astenersi», tuona il mondo lesbogay.
Che già annuncia ricorsi ai tribunali europei, mondiali, planetari e intergalattici. E forse, se fosse necessario, allo sportello di Forum su Rete4.
D’altra parte, si capisce: come osa Deodato definirsi «sposato»? E per di più: «padre di due figli»? Ma come? Non dichiara nemmeno una relazione gay? Un amante omosex?
Una fuitina con Luxuria? Non mi vorrà dire lo sciagurato, che ha osato davvero concepire due figli con una donna? Addirittura? E tutti e due con sua moglie? E magari pure alla vecchia maniera? Senza nemmeno una provetta? Ma come si permette? E poi quel «cattolico»: non è un vero affronto?
«Giurista, cattolico»: ma lo sentite come suona male? Avesse detto: giurista virgola ateo oppure giurista virgola vendoliano oppure giurista virgola transessuale, ecco, allora sì andava bene e la sentenza sarebbe stata perfetta.
Quel «cattolico», invece, no: è intollerabile. E toglie valore a tutto quello che fa. Anche se l’ha fatto in mezzo a un collegio di cinque giudici. Anche se ha solo interpretato la legge.
Anche se l’ha osservata rigorosamente. Ma l’ha fatto da cattolico, capite? E per di più «sposato», «con due figli», «uomo libero». Dunque non ha speranza.
Per dire: ha anche retwittato due messaggi delle Sentinelle in piedi, uno per chiedere la difesa della famiglia e uno per opporsi al gender nella scuola.
Non vi sembra abbastanza per screditarlo? Per togliergli la toga? O, almeno, la possibilità di giudicare sui matrimoni? Dai diciamocelo: come può un cattolico parlare di amore, nozze, figli, famiglia, vita? Non lo sapete che quelli sono ormai una rigorosa esclusiva del mondo gay?

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